Il 7 gennaio scorso un nuovo attacco terroristico ha scosso la Libia. Un kamikaze si è fatto esplodere con un camion-bomba davanti alla caserma dei Thuwar della città di Zliten, a circa 35 chilometri da Misurata.

L’esplosione è avvenuta alle otto del mattino mentre numerose reclute si affollavano davanti all’ingresso del centro di addestramento e per questo ha causato 50 morti e decine di feriti.

Attacco terroristico a Zlitan
Il luogo dell’attacco a Zliten del 7 gennaio scorso. (Corriere.it)

Le forze di polizia del Governo di Tripoli finora hanno operato molto bene a livello di intelligence e di prevenzione strategica, ma hanno trascurato la sorveglianza armata sul territorio e il controllo dei punti strategici, come purtroppo questo attacco dimostra.

Il basso livello di allerta, la scarsità dei controlli e la mancanza di una precisa strategia di presidio del territorio derivano da una parte dal fatalismo che permea il mondo arabo (se qualcosa deve succedere, succederà), dall’altra deriva da una forma di ingenuità mista ad arroganza che fa credere loro di non essere a rischio e di non doversi premurare di difendersi.

Questo ovviamente è valido per tutti i libici, non solo per i Tripolitani.

Anche a Sirte, infatti, roccaforte dei fedelissimi di Gheddafi e base del Califfato qui in Libia, i controlli sono limitati o inesistenti.

Pochi giorni fa, per esempio, alcuni Thuwar di Misurata si sono travestiti da tecnici elettricisti, hanno camuffato un camioncino affinché sembrasse proprio un furgone di assistenza tecnica e si sono diretti a Sirte per vedere se era possibile entrare in città.

In effetti nessuno li ha fermati, non hanno dovuto superare nessun posto di blocco, nessun controllo, hanno girato tranquillamente per la città e hanno fatto finta di lavorare su alcuni piloni della luce senza che nessuno si accorgesse di chi erano in realtà.

Certo, si potrà obiettare che forse li hanno lasciati fare, che qualcuno in realtà li teneva d’occhio e che se avessero tirato fuori le armi le reazioni non si sarebbero fatte attendere. Può essere.

Ma di sicuro questo dimostra che qui in Libia non ci sono sufficienti controlli preventivi sul territorio, né dalla parte dei Thuwar né dalla parte dei terroristi.

Caserma colpita a Zliten.
Immagine della caserma colpita dall’esplosione del camion-bomba a Zliten.

Il livello dei controlli si innalza solo nei confronti dei nordafricani non libici, soprattutto tunisini e algerini, spesso sospettati di aderire all’ISIS.

In effetti le forze del Califfato presenti in Libia sono costituite quasi completamente da magrebini, ma non da libici, che, come ho già detto in altre occasioni, sono (per fortuna!) poco sensibili al progetto di uno Stato Islamico panarabo che li metta sullo stesso piano di altri popoli a loro vicini dal punto di vista geografico, ma dai quali si sentono molto distanti per cultura e storia.

Il lato positivo della faccenda è che i libici non si fanno intimorire dal terrorismo e continuano le loro attività e la loro vita quotidiana con la stessa apertura di prima.

L’invito a “continuare a vivere” che i politici francesi rivolgevano ai cittadini di Parigi come risposta forte agli attentati terroristici, qui in Libia non è necessario. Dopo l’attacco di Zlitan, infatti, il clima a Tripoli e a Misurata non è cambiato e la gente continua a uscire e a frequentare i locali come faceva prima.

Del resto la Libia di oggi non è più un territorio di guerra, con fronti opposti, confini invalicabili, trincee e sfollati. Le posizioni sono cronicizzate e per questo forse non necessitano di controlli. O forse, ancora peggio, non ci sono più le forze per reagire e spostare i confini di queste posizioni.

La linea del fronte oggi in Libia non c’è più. Esiste una città conquistata dall’ISIS, Sirte, dalla quale partono i terroristi per compiere le loro missioni. Una volta sferrato il colpo, però, essi rientrano nella loro roccaforte, senza conquistare davvero un nuovo territorio.

Perché allora Sirte non è ancora stata presa?

Martin Kobler
Martin Kobler, mediatore dell’ONU in Libia. (Ansa)

Dov’è il Governo di unità nazionale previsto dal trattato di Skhirat, tanto voluto dal mediatore dell’ONU Kobler? Sono trascorsi i termini previsti dalla Conferenza di Roma del 13 dicembre scorso eppure qui in Libia non è cambiato niente.

Non ci sono forze in campo capaci di sovvertire la situazione, né da una parte né dall’altra, ma c’è un paese da far ripartire.

In Libia mancano le capacità tecniche e le competenze, quarantadue anni di regime hanno privato due generazioni di formazione e informazione, ma proprio per questo le potenzialità di crescita e di sviluppo di questo paese sono enormi.

Un’ultima piccola conferma l’ho avuta poche settimane fa, quando è arrivato un tecnico motorista che avevo chiamato dall’Italia perché mi venisse ad aiutare nel mio lavoro di assistenza tecnica alle barche. I miei colleghi libici l’hanno accolto come fosse un luminare, perché in confronto a loro le sue competenze sono enormi.

Gli imprenditori europei (ed italiani in primis) hanno paura di venire in Libia perché pensano che ci sia la guerra. Invece qui a Tripoli e nei territori di Tripoli e di Misurata controllati dai Thuwar la guerra non c’è: qui c’è un paese da ricostruire, un’economia da rilanciare, un popolo che ha tutto da imparare e non aspetta altro che qualcuno che gli insegni.

 

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