Le ultime notizie di questi giorni sull’avanzata dei terroristi dell’ISIS in Libia hanno finalmente puntato i riflettori su questo paese, di cui in genere si parla troppo poco. 

Generalmente l’opinione comune immagina la Libia come la Siria, un paese allo sbando in cui bande feroci di predoni uccidono e violentano donne e bambini.

Invece non è così.

La Libia è uno stato molto esteso, grande come Spagna, Francia, Germania e Italia messe insieme, e al suo interno si sviluppano realtà molto diverse. Tripoli, la capitale, e Bengasi, la seconda città del paese, distano 1500 chilometri l’una dall’altra e vivono oggi due condizioni opposte.

Bengasi è la città in cui nel febbraio 2011 scoppiò la scintilla della rivoluzione che portò poi alla caduta del regime di Gheddafi. Da allora la Libia ha perso la sua unità e Bengasi non ha ancora trovato pace.

Libia - La città di Bengasi distrutta dai bombardamenti
Un’immagine di Bengasi distrutta dai bombardamenti.

La città è stremata da anni di guerra e di bombardamenti. Le brigate dei Thuwar di Bengasi, aiutate dai Thuwar di Misurata e di Tripoli, con pochissimi mezzi ma con coraggio estremo, stanno combattendo contro le truppe mercenarie del generale Haftar, oggi di fatto alleato dell’Isis. E gli stanno tenendo testa, impedendogli di conquistare la città.

Bengasi resiste, dunque, e si oppone al terrorismo islamico di oggi, così come ieri si è opposta al regime di Gheddafi, uno dei dittatori più sanguinari e violenti del XX secolo, un Al-Baghdadi ante litteram che per anni ha finanziato ogni genere di terrorista islamico ordinando decine di attentati, tra cui l’abbattimento del volo Pan Am 103 nei cieli di  Lockerbie in cui morirono 270 persone tra passeggeri, equipaggio e residenti.

Anche a Tripoli c’è stata una timida offensiva terrorista dell’Isis tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, culminata con l’attacco suicida all’hotel Corinthia in cui sono morte 9 persone. Da allora, però, la controffensiva messa in atto dal Governo di Tripoli, forte di un sistema di intelligence ben organizzato (figlio della paranoia repressiva di Ghedaffi) e di una rete di controlli capillari garantiti dalle milizie Thuwar e dalle varie Katibe (le forze paramilitari nate a seguito della rivoluzione), garantisce una città che oggi si può definire sicura, molto probabilmente più sicura di molte capitali occidentali.

Tripoli, Misurata e le altre cittadine sotto il controllo del Governo di Tripoli e dei suoi alleati sono città sicure, in cui la gente lavora e si diverte, i negozi e i locali sono tutti aperti, il traffico è intenso e i servizi attivi.

Così la Libia è a tutti gli effetti spaccata in due, con l’area di Tripoli da una parte, pacificata e operosa, e la zona di Bengasi dall’altra, martoriata da una guerra infinita.

Libia - Vita quotidiana a Tripoli
Vita quotidiana a Tripoli: ragazzi si divertono al mare in una giornata come le altre.

Alla fine del 2014 un mio amico pescatore di Bengasi, con cui avevo combattuto durante la Rivoluzione, mi chiamò. In un primo momento pensai che volesse organizzare una rimpatriata tra reduci della Rivoluzione. Invece mi mostrò alcune foto di Bengasi, la sua città. Io ricordavo Bengasi come una bella città in riva al mare e invece in quelle foto vidi una città distrutta, con morti, feriti e sfollati. Fu uno shock.

Nemmeno io che vivevo a Tripoli ero a conoscenza di quello che stava accadendo a Bengasi. Ma quelle foto e il racconto del mio amico mi misero di fronte a una realtà che, come purtroppo capita spesso, era ben diversa dalla vulgata ufficiale della stampa, priva di ogni interesse per la verità.

Il mio amico Mohi mi fece una proposta. Si ricordava che io ero un capitano di yacht e mi chiese se volevo collaborare con lo Stato maggiore dei Thuwar di Bengasi e mi invitò a prendere contatti con il Comando della Marina Militare Al Nawassi di Tripoli. Io avevo già lavorato con il Ministero della Difesa di Tripoli così l’incontro fu amichevole e franco. Mi chiesero se potevo guidare una loro barca per andare a recuperare sfollati e feriti di Bengasi, bloccati dalle forze di Haftar e dall’avanzata dell’Isis.

Dissi di sì immediatamente.

Proposi però di utilizzare la mia barca, la Leon, uno yacht Bertram velocissimo, capace di tenere il mare meglio delle loro imbarcazioni militari.

Loro accettarono così portai la mia mitica Leon nei cantieri militari della Marina Militare e, con l’aiuto di un bravo meccanico, la modificai, potenziandola, armandola, allestendola per le necessità mediche e caricandola di medicinali.

Da allora la Leon è stata ridipinta di grigio scuro, per potersi mimetizzare meglio di notte sul mare, e ha cambiato nome, diventando Buka, in onore di Buka al-Areibi, un martire della rivoluzione libica.

Ho pianificato i tempi di navigazione, recupero e ritorno, ho istruito un equipaggio valido, costituito da due medici e da una scorta armata di tutto punto, e con loro ho effettuato numerose missioni, recuperando oltre 200 feriti, sia militari che civili, appartenenti al fronte anti-ISIS.

In genere partiamo da Tripoli, a volte facciamo tappa a Misurata e poi ci dirigiamo a Bengasi. Il viaggio dura circa 10-12 ore perché le due città distano 230 miglia. Arrivati a Bengasi consegniamo i medicinali o i viveri che trasportiamo, carichiamo feriti e sfollati e ripartiamo. Ogni missione dura quindi 30-36 ore consecutive, a seconda delle condizioni del mare e delle circostanze.

Una volta, per esempio, ho dovuto navigare a zig zag nella speranza di evitare i colpi di una mitragliatrice da 32 millimetri con cui i miliziani di Haftar sparavano dalla costa.

Ho avuto l’onore di salvare diverse donne, molte delle quali hanno oggi un ruolo decisivo nel Consiglio dei rivoluzionari di Bengasi. Una di loro, incinta di otto mesi, con la casa distrutta e la famiglia sterminata dalla furia di Haftar, senza il nostro intervento avrebbe partorito in un accampamento di fortuna sulla spiaggia.

Libia - Una foto della missione in cui abbiamo salvato una barca con 62 feriti a bordo.
Una foto della missione in cui abbiamo salvato una barca con 62 feriti a bordo.

Durante una missione abbiamo soccorso un’altra imbarcazione adibita ad ambulanza che, a causa della poca esperienza del capitano, stava affondando al largo del Golfo della Sirte con 62 feriti a bordo.

L’abbiamo messa in sicurezza, poi l’abbiamo trainata in salvo fino a Tripoli. Nei giorni seguenti uno dei feriti ha poi realizzato questo disegno e me l’ha regalato in segno di gratitudine:

Libia - Disegno regalatomi in segno di gratitudine da parte di uno dei feriti salvati.

«In nome di Allah, vogliamo esprimere un ringraziamento al Capitano Julyo Karim per aver salvato 62 feriti dalle profondità del mare. Con ammirazione.»

 

Dunque il mio lavoro qui a Tripoli consiste in questo: organizzare e guidare missioni di recupero dei feriti e degli sfollati dalle zone della Libia in cui imperversa la guerra, insegnare ai militari del Governo di Tripoli l’arte della navigazione e aiutarli a trasformare la Marina Militare di Al Nawassi in un centro più efficiente con regole e standard europei.

Con le nostre missioni continue, navigando avanti e indietro lungo le coste libiche, noi abbiamo quindi creato un corridoio umanitario tra le due facce opposte di questo paese, tra la guerra di Bengasi e la pace di Tripoli, tra la follia sanguinaria del terrorismo islamico e la Libia onesta e coraggiosa che si ribella e resiste.

 

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