Dopo mesi di assordante silenzio mediatico, la stampa italiana tutto d’un tratto ha scoperto la Libia.

Da qualche giorno, infatti, i giornali non fanno che parlare della Libia e della presenza dell’ISIS nel suo territorio.

Purtroppo, però, la stampa italiana non riesce a resistere alla tentazione di lanciare bombe a effetto con titoli clamorosi e testi drammatici, senza preoccuparsi minimamente di controllare la veridicità delle fonti, anzi, evitando accuratamente di controllare se la notizia è vera o falsa.

L’ultimo caso in cui mi sono imbattuto è quello dell’articolo pubblicato su La Stampa la settimana scorsa dal titolo L’Egitto sulla strada dell’intesa in Libia: “Prima cacciate gli islamisti da Tripoli”.

Leggo spesso il quotidiano La Stampa e apprezzo lo spessore degli interventi di alcune sue firme, come per esempio Domenico Quirico, tuttavia nell’articolo della settimana scorsa la redazione ha preso proprio una bella cantonata.

«Ahi ahi ahi, direttore Calabresi, lei mi è caduto sulla Libia!» verrebbe da dire…

Sono talmente tante le informazioni false o tendenziose date in quell’articolo che devo andare per punti.

ISIS Libia - Attentato a Misurata
Gli effetti dell’esplosione avvenuta a est di Misurata in un attentato suicida.

1) A Tripoli non è scoppiata nessuna bomba

Nessuna esplosione “ha squarciato il silenzio di Tripoli”, non c’è stato nessun attacco terroristico.

Tripoli è una città vivace e poco silenziosa per sua natura, ma soprattutto è una città che vive in pace e non in guerra.

Da quali fonti quindi il giornalista Guido Ruotolo ha ricevuto questa falsa notizia? E, soprattutto, perché prima di scrivere l’articolo, non ne ha verificato la veridicità?

Se proprio vogliamo cercare un episodio simile per giustificare questa notizia infondata, dobbiamo risalire a un episodio avvenuto a fine novembre a est della città di Misurata.

Il 24 novembre scorso, infatti, agenzie di stampa internazionali avevano rilanciato la notizia di un’autobomba esplosa davanti a un posto di blocco controllato dai Thuwar. Nell’attentato suicida sono morte 5 persone e ne sono rimaste ferite 16, tuttavia l’episodio è avvenuto al confine tra la zona di Misurata e la zona di Sirte, quindi a più di 100 chilometri da Tripoli.

Non si è trattato quindi di un attentato terroristico fatto in pieno centro città, ma di un assalto avvenuto al confine di una zona di guerra.

Mappa della Libia
Mappa della Libia

2) L’Egitto non può lanciare ultimatum

Sotto l’apparente forma di Repubblica, l’Egitto è a tutti gli effetti una dittatura guidata da al-Sisi, sotto la cui ala protettrice hanno trovato rifugio tutti i gerarchi della nomenclatura di Ghedaffi, con i loro ingenti patrimoni.

Scappati dalla Libia rivoluzionaria nel 2011, i fedeli del Raìs si sono trasferiti in Egitto e da lì oggi finanziano il generale Haftar e i terroristi islamici.

Inoltre in Egitto molti giornalisti e blogger oppositori del governo sono imprigionati e sono stati condannati a morte più di 500 oppositori politici, tra i quali anche Morsi, l’ex presidente, che pure era stato regolarmente eletto.

A me non sembra quindi che l’Egitto possa dare lezioni di democrazia agli altri paesi, proporsi come mediatore neutrale o perfino dettare condizioni all’Onu stessa.

Traffico sul lungomare a Tripoli
Vita quotidiana a Tripoli – Traffico sul lungomare

3) Non è vero che in Libia il Califfato cresce indisturbato

Anzi, la prima città che i seguaci del Califfo avevano conquistato, Derna, è stata liberata dai Thuwar locali, supportati dai Thuwar della Brigata 166 di Misurata, dopo feroci scontri.

Certamente è vero che in Libia c’è l’ISIS, ma le sue forze sono concentrate a Sirte.

È un caso che l’ISIS si trovi proprio a Sirte che era la città natale di Gheddafi? Ovviamente no.

La città di Sirte è popolata di parenti e fedelissimi del Raìs, tutte persone che avevano avuto benefici da lui e che ora si sono arruolati nelle fila del Califfo per vendicare la morte di Gheddafi e combattere contro i Thuwar e le milizie rivoluzionarie che l’avevano ucciso.

Sirte, quindi è una città occupata dalle forze ISIS, Derna, invece, è una città liberata  che si sta riprendendo, mentre Tripoli è una città tranquilla e sicura, governata dall’Assemblea Nazionale e controllata dai Thuwar.

Il governo di Tripoli, inoltre, sta facendo una seria campagna di polizia interna, contrastando la criminalità comune, perseguendo lo spaccio di droga e controllando ogni sospetto di terrorismo. Ad esempio pochi giorni fa la polizia portuale ha arrestato una trentina di sospetti terroristi, tra i quali due imam, accusati di essere reclutatori dello Stato Islamico.

Personalmente non sempre condivido i metodi militari usati dalla polizia locale, ma le operazioni di controllo del territorio corrispondono a quelle che vengono effettuate dalle forze dell’ordine di tutte le città europee e io non posso che confermare che Tripoli oggi è una città tranquilla in cui ci si muove liberamente, si esce, si lavora.

ISIS Libia - festa di bambini a Derna
Festa per i bambini a Derna pochi giorni fa

4) “Islamisti” e “miliziani” non significa “terroristi”

È vero che in Libia ci sono molte milizie e l’Assemblea nazionale di Tripoli è costituita da esponenti islamici, ma dire “miliziani” o “islamisti” non significa dire “terroristi”.

Chi afferma che “il governo di pacificazione potrà insediarsi solo dopo che Tripoli sarà liberata da islamisti e miliziani”, come pare abbiano detto gli egiziani al mediatore inviato dall’ONU, Martin Kobler, dimostra:

  • di voler generalizzare, paragonando i Thuwar e le milizie ai terroristi;
  • di non aver capito la situazione interna del paese, in cui la presenza delle milizie rivoluzionarie è l’unica concreta risposta alla presenza dell’ISIS;
  • di voler portare la guerra anche dove attualmente non c’è, come a Tripoli e Derna.

Per non lasciare dubbi sulla loro posizione anti-ISIS, la maggior parte dei Thuwar si è perfino tagliata la barba, proprio per non essere confusi, anche visivamente, con i seguaci del Califfo.

Vita quotidiana a Tripoli
Vita quotidiana a Tripoli – Un ristorante

5) Il governo di Tobruk non è legittimo e non lo è mai stato

Il governo di Tobruk è scaduto dal 20 ottobre, ma in realtà non è mai stato un governo legittimo.

La Costituzione libica, infatti, scritta prima dell’ascesa al potere di Gheddafi e ripristinata dal Consiglio Nazionale di Transizione (NTC) dopo la caduta del regime, afferma che la sede del Governo del paese deve essere a Tripoli oppure a Bengasi. La Corte Suprema libica ha quindi definito non regolare il Governo di Tobruk fin dalla sua nascita. Eppure, non si sa perché, l’Europa ha riconosciuto il Governo di Tobruk come suo legittimo interlocutore in terra libica.

Almeno fino al 20 ottobre scorso. Ora per fortuna il Governo di Tobruk, che legittimo non è mai stato, non lo è nemmeno per l’Europa e per l’Onu.

Inoltre, la maggior parte dei componenti del Governo di Tobruk sono scappati in Egitto. È dunque mai possibile credere che la guida di un paese venga affidata ad un governo non legittimo e “fuori sede”?

6) Il generale Haftar non può attaccare Tripoli

L’articolo de La Stampa sostiene che “le milizie rimaste fedeli a Saif el Islam (figlio di Gheddafi) e le forze del generale Haftar vorrebbero scatenare una offensiva militare per liberare Tripoli”.

È vero che le milizie rimasti a fedeli a Gheddafi, come la tribù dei Warshefana e l’enclave di Sabrata a ovest e i Tebu a sud, si sono alleate con il generale Haftar, ma che questa alleanza possa garantire loro le forze necessarie per assaltare Tripoli è poco credibile.

E poi, da cosa dovrebbero “liberare” la città? Tripoli, come ho già detto, non è sede di commandi terroristici e non deve essere liberata da niente e da nessuno. Al contrario, potrebbe esportare a Sirte e a Bengasi la pace e la ripresa di cui è testimone.

I giornali italiani dovrebbero piuttosto dire ai loro lettori che il generale Haftar da due anni sta cercando di conquistare Bengasi per scopi strategici personali. Per fortuna non ha avuto successo, ma, con la scusa che la città sarebbe un covo di terroristi, ha bombardato ripetutamente la città, sterminando donne e bambini innocenti.

ISIS Libia - bombardamenti a Bengasi
Bengasi bombardata

7) Un intervento militare in Libia sarebbe disastroso

In questo e in altri articoli leggo spesso che le potenze europee e gli Stati Uniti guadano alla Libia con preoccupazione e stanno valutando l’opportunità di un intervento militare.

Ebbene, lasciatemi dire, come italiano che vive a Tripoli e come Thuwar che ha partecipato alla rivoluzione libica, che niente sarebbe più disastroso per la Libia di un intervento militare esterno.

I libici sono molto nazionalisti e non accetterebbero un’ingerenza straniera nelle questioni che essi ritengono interne. Anzi, la considererebbero un’offesa personale e un attacco alla loro stessa Nazione.

Questo in realtà è anche il motivo per cui lo Stato Islamico a mio avviso non potrà mai diffondersi qui in Libia: nessun libico accetterebbe di essere parte di uno Stato Islamico unitario che li unisca con tunisini, egiziani, siriani e iracheni.

8) L’ISIS in Libia si può sconfiggere

Da anni i Thuwar sono impegnati attivamente contro l’ISIS e i suoi alleati in Libia su più fronti: a Bengasi contro Haftar, a ovest contro i Warshefana, a sud contro i Tebu.

Ora, dopo anni di resistenza sul campo, con la quale hanno dimostrato di saper contenere la minaccia terrorista, hanno bisogno di supporto per vincere lo scontro definitivo, conquistare Sirte e cacciare una volta per tutte i terroristi dalla Libia.

Jussef Naaharia, comandante dello Stato Maggiore dei Thuwar di Misurata, ha lanciato un appello molto chiaro: «Aiutateci a combattere l’ISIS. Non vogliamo soldi, non vogliamo truppe, solo proiettili e armi che, a causa dell’embargo, non possiamo comprare. Se non ci credete, dateci una quantità minima di armi, venite a vedere come combattiamo l’Isis e dopo dateci altri aiuti. Noi possiamo cancellare l’ISIS dalla Libia!»

 

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